Stavo ancora leccandomi le ferite per via della dipartita dal Policlinico Universitario e rieccomi daccapo, a combattere con un contratto di collaborazione professionale, praticamente stipulato, come se non fosse bastato il primo, con un altro ente pubblico!Riguardo quello che sto per raccontare, ho redatto un memoriale che, per ora, non posso rendere pubblico in quanto il suo contenuto, oltre alla documentazione allegata, saranno la base del ricorso che, tramite il mio legale, ho deciso di intentare nei confronti dell'azienda per la quale ho prestato servizio.L'azienda di cui faccio menzione è la "Sardegna It S.r.l.", azienda in House alla Regione Autonoma della Sardegna.Lo scopo di tale azienda, in scarne parole, è quello di fornire quei servizi, nell'ambito della Information Tecnology, che altrimenti la Regione Sardegna (in questo caso) dovrebbe ottenere, da aziende private, bandendo apposite gare di appalto.Non voglio qui entrare nel "tunnel" delle società in House, magari toccherò il tasto in seguito.Voglio parlare invece di come, una esperienza che avrebbe dovuto essere motivo di crescita e di occupazione per un discreto numero di lavoratori, oltre che per la Regione Sardegna stessa, si sia trasformata nella peggiore delle trappole che io stesso, in più di 20 anni di vita lavorativa, abbia mai sperimentato.Esperienza che, stavolta, è venuta a cercarmi, dato che se per la precedente mi ero adoperato affinché potessi accedere alla "corte" della pubblica amministrazione, questa volta mi stavo tranquillamente gestendo l’azienda, avevo acquisito clienti stabili che mi garantivano un introito pressoché regolare e dignitoso e in particolar modo non avevo alcuna intenzione di fornire nuovamente la mia professionalità ad un ente pubblico (se qualcuno si chiede il motivo per cui una persona che è professionalmente nata nel privato, abbia una sorta di repulsione a lavorare nell’ambiente pubblico, me lo faccia presente, dedicherò un post esclusivamente a tale argomento).Quando, nel Maggio del 2006, mi è stato proposto di collaborare con il CRS4 (Centro di Ricerca Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna) per il nuovo progetto CSR (Centro Servizi Regionali), non ho assolutamente pensato al fatto che avrei avuto nuovamente a che fare con un ente pubblico, pur sapendo che il CRS4 fosse una realtà controllata da Sardegna Ricerche (già Consorzio Ventuno) e quindi dalla Regione Autonoma della Sardegna. Ho piuttosto pensato all’occasione che mi si proponeva di collaborare con un importante centro di ricerche, per un progetto molto ambizioso.Per il fatto poi che esistesse un progetto e in particolar modo un terreno di lavoro fertile (sulla carta), e per via del mio approccio tipico da azienda privata, nella quale si fa partire la locomotiva e non la si lascia fermare finchè gli obbiettivi non siano stati perseguiti, rimasi veramente entusiasta e mi ritrovai totalmente coinvolto.Ho quindi preso i contatti con l'allora responsabile del progetto e ho accettato di effettuare un periodo iniziale, regolarmente contrattualizzato, per conoscere e conoscerci nell'ambito operativo e organizzativo del suddetto.Il luogo di lavoro, occupandomi di sicurezza sulle reti, era il Centro Elaborazione Dati della Presidenza della Regione Autonoma della Sardegna.Durante tale periodo ho avuto il sentore (come lo ebbero anche i colleghi con cui collaboravo) di una certa ostilità, da parte del personale "di stanza" presso tale struttura, ma non me ne sono fatto un grosso problema
Avendo già vissuto in prima persona una situazione simile ho pensato che, quando un tecnico, che per anni si occupa di un Centro Elaborazione Dati o parte dello stesso, si vede arrivare un gruppo di perfetti sconosciuti che, per ordini superiori, debbono prendere in mano tutto il prodotto del proprio lavoro, con la prospettiva di essere anche destrutturato, demansionato e trasferito, non può certo trovarsi nelle condizioni psicologiche più consone a creare un ambiente di collaborazione e proattività con i nuovi arrivati.Quando ho iniziato ad operare presso il ced della Regione, non ho trovato una effettiva situazione di ostruzionismo verso le nostre attività, ma ci stà che la nostra presenza fosse vista (a mio avviso giustamente) con molta diffidenza.Ad ogni modo, nonostante le prevedibili problematiche, il trimestre di prova venne confermato con un nuovo contratto di collaborazione professionale, che avrebbe dovuto scadere il 31 Dicembre del 2007 (in pratica dovrebbe essere ancora attivo).Il primo e il secondo contratto, entrambi stipulati con il CRS4, erano basati sullo stesso identico progetto, che prevedeva l'analisi delle soluzioni di sicurezza logica da attuare presso il Ced della Regione, la valutazione di apparati di sicurezza da adottare presso lo stesso e il supporto tecnico alle aziende che avrebbero avviato nuovi servizi presso la struttura.Mentre, nel corso del primo contratto le modalità operative relative a quanto contrattualizzato venivano rispettate, nel corso del secondo contratto ho ricevuto l'incarico di coordinare il nuovo gruppo che avrebbe dovuto andare a formarsi per la gestione di tutte le questioni tecniche e organizzative relative alla rete informatica e telematica del ced.In qualità di coordinatore dell'unità operativa reti (questo è/era il nome del gruppo da me gestito) ho provveduto ad organizzare e tenere i colloqui per l'inquadramento del personale necessario e ho iniziato a fare da punto di contatto con tutte le aziende coinvolte nel rilascio di nuovi servizi e con il personale tecnico interno al ced.
Va da se che un impegno del genere, non poteva essere affrontato secondo quanto legalmente previsto per un contratto di collaborazione a progetto.
Le varie attività comportavano la presenza mia e dei miei colleghi per lassi di tempo spesso più lunghi degli stessi orari di permanenza del personale tecnico della Regione.
Tale condizione mi impose la riduzione degli impegni nei confronti dei clienti acquisiti, riducendo pertanto anche gli introiti che ne derivavano a tal punto da portarmi a decidere, spinto anche dalla pressione fiscale a cui sono sottoposte le imprese, di chiudere l’attività in favore di quello che stavo facendo per conto del CRS4.
A ciò si aggiungano le affermazioni che (a questo punto immagino fosse una cosa calcolata) venivano fatte, relativamente alla creazione di una azienda “in house” nella quale saremmo stati assorbiti, con una contrattualizzazione a tempo indeterminato.
A supportare quanto scritto sopra vi era la consapevolezza del fatto che non sarebbe stato possibile gestire un sistema informativo complesso (per il quale sono necessari servizi a turnazione, reperibilità e disponibilità durante gli orari lavorativi dell’intera amministrazione regionale) con personale inquadrato tramite contratti a progetto, con i quali non è possibile richiedere al collaboratore nulla che possa far configurare un rapporto di subordinazione.
Sia chiaro che comunque, per buona pace di tutti, nonostante la totale incertezza per una condizione lavorativa stabile e nonostante non dovessimo assolutamente darne disponibilità, veniva fornita la reperibilità, la presenza durante orari lavorativi della Regione e ci si stava addirittura attrezzando per supportare eventuali turnazioni.
Il tutto, all’interno di una struttura, come già detto, con personale “cordialmente ostile” e ammassati in vani tecnici o in stanze di dimensioni tali da poter accogliere molte meno persone di quelle che invece vi erano “stipate”.
Inizialmente si aveva la possibilità di accedere ad Internet ma, in seguito, ci venne negata anche tale possibilità, dato che il personale della Regione aveva pensato bene di scollegarci dalla rete di navigazione. Si operava quindi senza neanche la possibilità di leggere la posta elettronica, di lavorare sui nostri progetti e di fornire supporto a chi ne aveva la necessità.
Insomma un vero e proprio boicottaggio.
Tutto ciò, in attesa che venisse creata la tanto agognata “Società in House”, la quale avrebbe avuto l’autonomia e gli strumenti per superare tutte le problematiche sino ad allora presentatesi. Le cose sarebbero cambiate notevolmente.
Questo almeno ci veniva detto e garantito da mesi.
Arrivò anche il giorno della nascita della suddetta Azienda e dopo un certo periodo, si insediò l’amministratore Marchigiano (ma noi in Sardegna non siamo capaci di amministrare un azienda?) Lucio Forastieri.
Da quel momento le cose, come più volte garantitoci, cambiarono, ma in peggio!
Lascio gli approfondimenti sulla questione al documento in possesso del mio legale, ma voglio soltanto dire che, dal momento in cui il nuovo amministratore prese le redini della “situazione”, si vennero a creare situazioni di prevaricazione nei miei confronti, da parte di persone di sua “fiducia” e non solo, anche da parte di aziende e consulenti esterni.
L’amministratore pretendeva, ad esempio, che il sottoscritto effettuasse attività sugli apparati di sicurezza della rete, non previste dal progetto del mio contratto e non solo, esigeva anche che le effettuassi seguendo progetti e direttive dettate da aziende esterne, contravvenendo palesemente non solo a quanto previsto dal Contratto di Collaborazione a Progetto intercorrente, ma anche alle più banali regole di sicurezza da osservare in un Centro Elaborazione Dati sensibile come quello della Presidenza della Regione Sardegna.
Imposizioni, quelle dell’amministratore, che giunsero ad essere presentate nella forma e perentorietà di veri e propri Ordini di Servizio scritti (il colmo dei colmi per un co.co.pro).
In seguito alla mia opposizione a tali richieste, seguite comunque da mie valutazioni sulla sicurezza e sugli impatti che qualsiasi azione avrebbe avuto sulla rete, oltre che da proposte alternative, costruttive e tecnicamente adeguate, venni letteralmente isolato dal resto del personale dell’azienda. Non venni più convocato alle riunioni di progetto, e contemporaneamente le persone che coordinavo sino ad allora, ricevevano Email, in cui venivano comunicate attività da svolgere sulla rete, senza che il sottoscritto ne venisse minimamente informato.
Anche le attività previste dal progetto del mio contratto, venivano effettuate da altri colleghi, che avevano progetti contrattualizzati completamente diversi dal mio o addirittura da aziende esterne.
Sono stato anche convocato in una riunione, nella quale l’ordine del giorno era chiaramente quello di scaricare, sul sottoscritto, la responsabilità di problematiche che non mi competevano minimamente, e ad ogni mio accenno di prendere la parola, questa mi veniva tolta dall’amministratore stesso, che interpellava le altre persone presenti, impedendomi quindi di poter dire la mia al riguardo.
Tali atteggiamenti (indiscutibilmente mobbizzanti) che sono giunto a diffidare per iscritto (tramite Mail e Raccomandata A/R) l’amministratore sono stati portati all’attenzione del Direttore per l’Innovazione Tecnologica della Presidenza (dal quale non ho mai ricevuto alcuna comunicazione al riguardo) e resi di pubblico dominio in azienda, così che si capisse quale fosse la linea di comportamento che l’Ingegner Lucio Forastieri, amministratore di Sardegna It S.r.l. stava imprimendo all’azienda per i casi in cui il personale precario esigesse che i propri diritti venissero rispettati.
Nessuno ha mai fatto qualcosa per capire cosa stesse accadendo e anzi, alle mie denuncie, faceva seguito un silenzio totale che poteva durare anche un paio di giorni.
Nessuno mai ha pensato di convocarmi per avere dei chiarimenti relativi ai fatti accaduti e nessuno ha mai cercato di capire (c’era poco da capire evidentemente) il motivo per cui l’amministratore premesse affinché il sottoscritto facesse quanto da lui indebitamente impostomi.
Come prevedibile, il risultato del voler fare rispettare i propri diritti è stato quello di ricevere una lettera di recesso dal contratto intercorrente tra il sottoscritto e la società “Sardegna It S.r.l.”.
Recesso basato su di una clausola contrattuale per la cui legittimità ritengo sarà il caso di attendere la decisione del giudice del lavoro al quale potrò ricorrere solo dopo che si sarà convocata la commissione, presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Cagliari, per il tentativo obbligatorio di conciliazione (vedi il post precedente sulla mia prima esperienza con un co.co.pro.).
In pratica, per un anno ho:
lavorato da dipendente con mansioni che sarebbero da 7° livello in un CCNL metalmeccanici,
ridotto al minimo, fino a rinunciarvi totalmente, la mia precedentemente attività per potermi dedicare ai miei compiti in Sardegna It,
subìto atteggiamenti di ostruzionismo da parte dei dipendenti della Regione Sardegna,
subìto azioni di mobbizzazione direttamente dall’amministratore della suddetta azienda,
subito la beffa di un recesso così da ritrovarmi disoccupato a 41 anni, con una moglie che non lavora, un figlio di 3 mesi, una figlia di 6 anni, senza il diritto alla mobilità o a una indennità di disoccupazione.
Non credo proprio che accetterei altri contratti di collaborazione a progetto, qualcuno dice che non c’è il 2 senza il 3, e la mia situazione attuale mi porterebbe sicuramente ad accettarlo, prima di tutto viene la mia famiglia, trovo però che sarebbe la conferma della mera connotazione ricattatoria di questa tipologia contrattuale.
Avendo già vissuto in prima persona una situazione simile ho pensato che, quando un tecnico, che per anni si occupa di un Centro Elaborazione Dati o parte dello stesso, si vede arrivare un gruppo di perfetti sconosciuti che, per ordini superiori, debbono prendere in mano tutto il prodotto del proprio lavoro, con la prospettiva di essere anche destrutturato, demansionato e trasferito, non può certo trovarsi nelle condizioni psicologiche più consone a creare un ambiente di collaborazione e proattività con i nuovi arrivati.Quando ho iniziato ad operare presso il ced della Regione, non ho trovato una effettiva situazione di ostruzionismo verso le nostre attività, ma ci stà che la nostra presenza fosse vista (a mio avviso giustamente) con molta diffidenza.Ad ogni modo, nonostante le prevedibili problematiche, il trimestre di prova venne confermato con un nuovo contratto di collaborazione professionale, che avrebbe dovuto scadere il 31 Dicembre del 2007 (in pratica dovrebbe essere ancora attivo).Il primo e il secondo contratto, entrambi stipulati con il CRS4, erano basati sullo stesso identico progetto, che prevedeva l'analisi delle soluzioni di sicurezza logica da attuare presso il Ced della Regione, la valutazione di apparati di sicurezza da adottare presso lo stesso e il supporto tecnico alle aziende che avrebbero avviato nuovi servizi presso la struttura.Mentre, nel corso del primo contratto le modalità operative relative a quanto contrattualizzato venivano rispettate, nel corso del secondo contratto ho ricevuto l'incarico di coordinare il nuovo gruppo che avrebbe dovuto andare a formarsi per la gestione di tutte le questioni tecniche e organizzative relative alla rete informatica e telematica del ced.In qualità di coordinatore dell'unità operativa reti (questo è/era il nome del gruppo da me gestito) ho provveduto ad organizzare e tenere i colloqui per l'inquadramento del personale necessario e ho iniziato a fare da punto di contatto con tutte le aziende coinvolte nel rilascio di nuovi servizi e con il personale tecnico interno al ced.
Va da se che un impegno del genere, non poteva essere affrontato secondo quanto legalmente previsto per un contratto di collaborazione a progetto.
Le varie attività comportavano la presenza mia e dei miei colleghi per lassi di tempo spesso più lunghi degli stessi orari di permanenza del personale tecnico della Regione.
Tale condizione mi impose la riduzione degli impegni nei confronti dei clienti acquisiti, riducendo pertanto anche gli introiti che ne derivavano a tal punto da portarmi a decidere, spinto anche dalla pressione fiscale a cui sono sottoposte le imprese, di chiudere l’attività in favore di quello che stavo facendo per conto del CRS4.
A ciò si aggiungano le affermazioni che (a questo punto immagino fosse una cosa calcolata) venivano fatte, relativamente alla creazione di una azienda “in house” nella quale saremmo stati assorbiti, con una contrattualizzazione a tempo indeterminato.
A supportare quanto scritto sopra vi era la consapevolezza del fatto che non sarebbe stato possibile gestire un sistema informativo complesso (per il quale sono necessari servizi a turnazione, reperibilità e disponibilità durante gli orari lavorativi dell’intera amministrazione regionale) con personale inquadrato tramite contratti a progetto, con i quali non è possibile richiedere al collaboratore nulla che possa far configurare un rapporto di subordinazione.
Sia chiaro che comunque, per buona pace di tutti, nonostante la totale incertezza per una condizione lavorativa stabile e nonostante non dovessimo assolutamente darne disponibilità, veniva fornita la reperibilità, la presenza durante orari lavorativi della Regione e ci si stava addirittura attrezzando per supportare eventuali turnazioni.
Il tutto, all’interno di una struttura, come già detto, con personale “cordialmente ostile” e ammassati in vani tecnici o in stanze di dimensioni tali da poter accogliere molte meno persone di quelle che invece vi erano “stipate”.
Inizialmente si aveva la possibilità di accedere ad Internet ma, in seguito, ci venne negata anche tale possibilità, dato che il personale della Regione aveva pensato bene di scollegarci dalla rete di navigazione. Si operava quindi senza neanche la possibilità di leggere la posta elettronica, di lavorare sui nostri progetti e di fornire supporto a chi ne aveva la necessità.
Insomma un vero e proprio boicottaggio.
Tutto ciò, in attesa che venisse creata la tanto agognata “Società in House”, la quale avrebbe avuto l’autonomia e gli strumenti per superare tutte le problematiche sino ad allora presentatesi. Le cose sarebbero cambiate notevolmente.
Questo almeno ci veniva detto e garantito da mesi.
Arrivò anche il giorno della nascita della suddetta Azienda e dopo un certo periodo, si insediò l’amministratore Marchigiano (ma noi in Sardegna non siamo capaci di amministrare un azienda?) Lucio Forastieri.
Da quel momento le cose, come più volte garantitoci, cambiarono, ma in peggio!
Lascio gli approfondimenti sulla questione al documento in possesso del mio legale, ma voglio soltanto dire che, dal momento in cui il nuovo amministratore prese le redini della “situazione”, si vennero a creare situazioni di prevaricazione nei miei confronti, da parte di persone di sua “fiducia” e non solo, anche da parte di aziende e consulenti esterni.
L’amministratore pretendeva, ad esempio, che il sottoscritto effettuasse attività sugli apparati di sicurezza della rete, non previste dal progetto del mio contratto e non solo, esigeva anche che le effettuassi seguendo progetti e direttive dettate da aziende esterne, contravvenendo palesemente non solo a quanto previsto dal Contratto di Collaborazione a Progetto intercorrente, ma anche alle più banali regole di sicurezza da osservare in un Centro Elaborazione Dati sensibile come quello della Presidenza della Regione Sardegna.
Imposizioni, quelle dell’amministratore, che giunsero ad essere presentate nella forma e perentorietà di veri e propri Ordini di Servizio scritti (il colmo dei colmi per un co.co.pro).
In seguito alla mia opposizione a tali richieste, seguite comunque da mie valutazioni sulla sicurezza e sugli impatti che qualsiasi azione avrebbe avuto sulla rete, oltre che da proposte alternative, costruttive e tecnicamente adeguate, venni letteralmente isolato dal resto del personale dell’azienda. Non venni più convocato alle riunioni di progetto, e contemporaneamente le persone che coordinavo sino ad allora, ricevevano Email, in cui venivano comunicate attività da svolgere sulla rete, senza che il sottoscritto ne venisse minimamente informato.
Anche le attività previste dal progetto del mio contratto, venivano effettuate da altri colleghi, che avevano progetti contrattualizzati completamente diversi dal mio o addirittura da aziende esterne.
Sono stato anche convocato in una riunione, nella quale l’ordine del giorno era chiaramente quello di scaricare, sul sottoscritto, la responsabilità di problematiche che non mi competevano minimamente, e ad ogni mio accenno di prendere la parola, questa mi veniva tolta dall’amministratore stesso, che interpellava le altre persone presenti, impedendomi quindi di poter dire la mia al riguardo.
Tali atteggiamenti (indiscutibilmente mobbizzanti) che sono giunto a diffidare per iscritto (tramite Mail e Raccomandata A/R) l’amministratore sono stati portati all’attenzione del Direttore per l’Innovazione Tecnologica della Presidenza (dal quale non ho mai ricevuto alcuna comunicazione al riguardo) e resi di pubblico dominio in azienda, così che si capisse quale fosse la linea di comportamento che l’Ingegner Lucio Forastieri, amministratore di Sardegna It S.r.l. stava imprimendo all’azienda per i casi in cui il personale precario esigesse che i propri diritti venissero rispettati.
Nessuno ha mai fatto qualcosa per capire cosa stesse accadendo e anzi, alle mie denuncie, faceva seguito un silenzio totale che poteva durare anche un paio di giorni.
Nessuno mai ha pensato di convocarmi per avere dei chiarimenti relativi ai fatti accaduti e nessuno ha mai cercato di capire (c’era poco da capire evidentemente) il motivo per cui l’amministratore premesse affinché il sottoscritto facesse quanto da lui indebitamente impostomi.
Come prevedibile, il risultato del voler fare rispettare i propri diritti è stato quello di ricevere una lettera di recesso dal contratto intercorrente tra il sottoscritto e la società “Sardegna It S.r.l.”.
Recesso basato su di una clausola contrattuale per la cui legittimità ritengo sarà il caso di attendere la decisione del giudice del lavoro al quale potrò ricorrere solo dopo che si sarà convocata la commissione, presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Cagliari, per il tentativo obbligatorio di conciliazione (vedi il post precedente sulla mia prima esperienza con un co.co.pro.).
In pratica, per un anno ho:
lavorato da dipendente con mansioni che sarebbero da 7° livello in un CCNL metalmeccanici,
ridotto al minimo, fino a rinunciarvi totalmente, la mia precedentemente attività per potermi dedicare ai miei compiti in Sardegna It,
subìto atteggiamenti di ostruzionismo da parte dei dipendenti della Regione Sardegna,
subìto azioni di mobbizzazione direttamente dall’amministratore della suddetta azienda,
subito la beffa di un recesso così da ritrovarmi disoccupato a 41 anni, con una moglie che non lavora, un figlio di 3 mesi, una figlia di 6 anni, senza il diritto alla mobilità o a una indennità di disoccupazione.
Non credo proprio che accetterei altri contratti di collaborazione a progetto, qualcuno dice che non c’è il 2 senza il 3, e la mia situazione attuale mi porterebbe sicuramente ad accettarlo, prima di tutto viene la mia famiglia, trovo però che sarebbe la conferma della mera connotazione ricattatoria di questa tipologia contrattuale.
Non averne a male, personalmente prima di fare due figli e tenere la moglie a casa, mi sarei cercato un lavoro, anche da opeario, anche sul "Continente"; così, scusa, mi sembrate un po' "ballerini" o incoscienti a mettere al mondo due figli con un lavoro solo e pure precario!
RispondiEliminaE' vero che papà Stato, nonchè mamma Italia, aiutano tutti meno coloro che lavorando hanno un reddito, però, mia moglie va a fare le pulizie, sì pulisce anche i "cessi" nelle case dei "signori", ma così ci stiamo pure pagando il mutuo senza tante balle!
Beh...
RispondiEliminaho aperto questo blog per avere dei feedback positivi o negativi che fossero.
Mi aspettavo qualcosa di costruttivo e invece mi ritrovo un anonimo che scrive come un laureato e la pensa come un ignorante .. strano ..
Ho un dubbio:
scrivi cose di me che fanno supporre che tu.. mi conosca.
Un attacco troppo diretto, degno di qualcuno che vuole mettermi in cattiva luce e screditarmi.
Ti garantisco che in questi giorni molti stanno provando a farlo, ma più ci provano e più mi fanno capire che la ferita è aperta e che a breve qualcosa comincerà a puzzare.
Ti faccio comunque il punto della situazione:
mia moglie ha lavato case altrui finchè un giorno una "padrona" non l'ha presa a schiaffi perchè non aveva fatto quello che secondo lei andava fatto (!!!!).
Mia moglie ha lavato i cessi di una vetreria, alle 5 del mattino, senza il minimo controllo da parte di nessuno, finchè non dovetti andare a prenderla di corsa, perchè "qualcosa stava per accadere".
Ora, con una bimba di 6 anni e una creatura di 3 mesi, non è possibile che mia moglie vada a chiedere lavoro in giro, nonostante lo abbia e lo stia cercando.
Non ti dico, perchè non sono "CAZZI" tuoi, che vita abbia fatto mia moglie e il motivo per cui abbiamo deciso di mettere al mondo due gioielli.
Peccato che TU non sappia cosa stia facendo adesso io per mantenerli in maniera dignitosa.
Non dico neanche quale vita abbia fatto io, perchè non sono "CAZZI" tuoi, e non capisco il motivo per cui tu attacchi delle creature e il fatto che loro siano, per qualsivoglia motivo (ti garantisco tutti e due fortemente voluti), al mondo.
Questo a prescindere dal fatto che, con bambini o meno, essere senza lavoro adesso, non fa cambiare la questione di una virgola.
Questo mi fa pensare ancor di più al fatto che TU caro "AMICO" abbia scritto questo post per raggiungere ben altri scopi rispetto a quello che vorresti far credere.
Questi attacchi che definisco gratuiti dovrebbero essere firmati.
Mi piacerebbe confrontarmi con te, che ti paghi il mutuo e che chissà a quali compromessi sei dovuto arrivare per poterlo fare.
Mi pare che tua moglie, lavando cessi e pulendo case sia più precaria di me.
Un altra cosa ...
Tua moglie le paga le tasse su quello che guadagna?
Oppure il mutuo lo paghi con quello che, di tasse e imposte, non pagate dai vostri proventi?
Ma poi dimmi una cosa .. se tua moglie si spacca una gamba a lavoro .. mentre lava il cesso .. l'assicurazione ce l'ha? Oppure sei uno di quelli che non paga neanche l'assicurazione obbligatoria, vive di lavoro nero e se la moglie si rompe la schiena, poi va a denunciare il poveraccio che le paga la giornata?
Poi non capisco, il fatto che io sia stato "defraudato e truffato" non ha nulla a che fare con il lavoro precario che, se gestito e rispettato, non ha nulla da invidiare al "lavoro sicuro".
Ma sei sicuro che ti abbiano pagato abbastanza per scrivere certe cretinate?
Oddio, è anche vero che da anonimi... si può scrivere di tutto e di più ..
Ti aspetto con argomentazioni più concrete.
Marco.
Conosco poco la situazione in oggetto (ma di sardegnaIT ne ho sentito parlare di sfuggitta da un amico, visto che "lavoro" in tutt'altro settore), ma credo che anonimo cerchi di trovare una scappatoia, non di risolvere un problema.
RispondiEliminaIl problema è che il lavoro fisso ormai è quasi introvabile, e qui in Sardegna è un utopia.
Molti (come anonimo) propongono di partire fuori, altri di -scusatemi il termine- leccare il culo al politico di turno.
Ma non credo che queste siano le soluzioni, io sono sardo, ho meno di trent'anni e ho studiato. E in sardegna voglio starci,
Credo che il problema vada non vada visto come un problema personale, ma un problema più generale, ed ovviamente non si può risolvere con un emigrazione di massa di noi giovani (come sta accadendo...).
Bisogna -ehmm... scusate di nuovo...- "prendere i coglioni in mano", affrontare la realtà, e costruire un alternativa, per noi, ma non soprattutto per gli altri.
Se il mondo non ci piace ci son due alternative: adeguarsi o cambiarlo.
E io voglio cambiarlo.
Lo scopo di questo Blog non è quello di fare autocommiserazione o di cercare una seppur magra, consolazione.
RispondiEliminaIl mio scopo è quello di arrivare a far capire che i contratti di collaborazione, per quella che è attualmente la legge, sono dei veri e propri ricettacoli di lavoro nero legalizzato.
Per definizione il lavoro nero è quello che non prevede il versamento di tasse e contributi previdenziali, alla fine se il lavoratore non è tutelato, allo stato poco gliene può fregare, lo dimostra il fatto che le cosidette "morti bianche" non diminuiscono e anzi, stanno aumentando.
Cosa significa questo?
Semplicemente che lo stato si "accontenta" di ricevere gli introiti derivanti da determinate realtà lavorative, senza che poi vada effettivamente a verificare le reali condizioni in cui lavorano i cosidetti lavoratori atipici (e non solo loro).
Si crea così una sorta di circolo vizioso dove i lavoratori, con la speranza di venire inquadrati nell'azienda, o con il ricatto del mancato rinnovo (o del recesso per giusta e/o inesistente causa), sono costretti a subire quello che i datori di lavoro impongono, senza rispettare quello che è stato sottoscritto nei contratti.
Il lavoratore, nel caso in cui quanto riportato sul contratto non venisse rispettato, potrebbe recedere dallo stesso per giusta causa ma, chi ha idea di cosa significhi intentare una causa di
lavoro quando esiste un cocopro?
Se lavori in nero e denunci il datore di lavoro, partono immediatamente gli ispettori (poichè non c'è stata corresponsione di contributi previdenziale e tasse), ma se esiste un contratto, per quanto fasullo e/o vessatorio, si deve avviare un iter che avrà dei costi e comporterà dei tempi incredibili.
Al momento, chi "accende" un cocopro, subisce gli svantaggi (fiscali, previdenziali e professionali) della libera professione e del lavoro dipendente:
stipendi gravati di aliquote spropositate,
contributi previdenziali elevati ma con valore infimo ai fini pensionistici,
assenza di TFR.
impossibilità a farsi tutelare seriamente senza correre il rischio di rimanere "per strada", e quindi totale esposizione al rischio di sfruttamento del lavoratore stesso.
Nessun diritto ad indennità di disoccupazione.
Ora mi chiedo,
possibile che non si possa modificare una legge che, se fatta bene, rivoluzionerebbe al meglio il mondo del lavoro?
Possibile che non si istituisca, data la rapidità con cui si apre e chiude un rapporto di collaborazione professionale, uno sportello, presso le direzioni provinciali del lavoro, tramite il quale si possano gestire in maniera rapida le controversie relative a tali contratti?
Possibile che l'omologazione dei contratti sia facoltativa?
Perchè non rendere la stessa obbligatoria?
E infine una domanda:
perchè proprio gli enti pubblici che vivono di tale tipologia contrattuale, non omologano di routine i contratti che stipulano con i professionisti, e perchè se si apre una controversia di lavoro con un ente pubblico, si deve seguire un iter (molto pù blando e lungo) diverso da quello che si deve perseguire per le aziende private?
Sarà proprio per via del fatto che è proprio la pubblica amministrazione e le sue propaggini a godere dei privilegi derivanti da una legge sui contratti "atipici", che impedisce al legislatore (di destra e peggio che mai di sinistra) di creare i presupposti affinchè tali contratti vengano regolarizzati e controllati?
Avrete letto la mia risposta all'anonimo.
RispondiEliminaNonostante la totale impertinenza del suo post, ho deciso di non cancellarlo, perchè deve essere l'esempio di quanto e come siano capaci, certi loschi figuri, di far terra bruciata a un lavoratore.
Quello che mi chiedo è se abbia letto, prima del fatidico click, quanto ha scritto.
Si è rivolto al sottoscritto come se lo conoscesse bene e come se ne conoscesse altrettanto bene l'attuale condizione.
Non una parola sui contratti atipici o sulla propria esperienza lavorativa.
Solamente un gratuito attacco a me e alla mia famiglia.
Sono perfettamente a conoscenza del fatto che è in corso un tentativo di creare terra bruciata intorno al sottoscritto, da quello che ho vissuto in questi giorni è anche in corso un altro tentativo, del quale non voglio ancora parlare, in quanto sto facendone analizzare la forma dal mio legale.
Sono curioso di capire a che punto vorranno arrivare questi "signori".
Io al momento non posso fare altro che sedermi sulla riva .... aspettare e intanto cercare un lavoro dignitoso (sottolineo dignitoso) e legale che mi permetta di mantenere la mia famiglia.